ADELIO MORO: DALLA ROMANESE ALLA SERIE A

La prima volta che ho incontrato Adelio Moro, avevo 8 anni, fu molto gentile, mi invitò a casa sua e mi regalò un gagliardetto dell’Inter (squadra che mi ha dato tante gioie e dolori), una foto ricordo del suo passato da calciatore e una sua foto autografata con una dedica in cui mi augurava di realizzare il mio sogno da bambino: diventare un calciatore. Calciatore non lo sono diventato, ma a distanza di 12 anni ho avuto il piacere di incontrarlo ancora e di parlare un po’ con lui.

Adelio Moro nasce il 14 aprile del 1951 a Mozzanica, si trasferisce a Romano all’età di 11 anni e qui inizia a giocare all’oratorio: “Mia mamma era di Romano, quindi venivo spesso a giocare al campetto dell’oratorio. Poco dopo ho iniziato con la Fiorita, facevo vari tornei nei paesi vicini e spesso riuscivo a emergere. In una di queste partite sono stato notato da Albino Trepla e Antonio Danelli, cioè dalla Romanese. Dico così perché Danelli e Trepla erano le figure principali di quella grande famiglia. Era una squadra ben strutturata, in grado di arrivare facilmente al professionismo. A quei tempi in Serie D giocavano grandi campioni. A 13 anni inizia il mio percorso alla Romanese, e anche se gracile e un po’ piccolo, giocavo già con la Juniores e spesso mi allenavo con la Prima Squadra di Trepla. Questo mi ha fatto crescere sia come persona che come giocatore. Con la Juniores abbiamo vinto il campionato regionale, battendo squadre di tutta la Lombardia”. Sarà proprio questo campionato a segnare una svolta per Moro, che viene notato da molte squadre, tra cui la Juventus: “Con il benestare di Danelli e Trepla, mi portarono a fare un provino alla Juventus. Andò molto bene, tanto che era già tutto pronto per il mio trasferimento a Torino. Nello stesso momento si fece avanti anche l’Atalanta del Dottor Brolis. Dopo una riflessione con lui e la mia famiglia, si decise che sarei rimasto a Bergamo. E alla luce di quello che è avvenuto dopo, ritengo che sia stata la scelta più giusta. Ho iniziato negli allievi, anche se spesso venivo nella De Martino, la squadra delle riserve dell’Atalanta. Giocavo centrocampista. A 15 anni sono passato alla Juniores, che il giovedì giocava contro la Prima Squadra. Magari ne prendevamo 15-20 a partita, ma io mi divertivo ed era un’occasione per farsi notare”. A 17 anni Moro e la Juniores riescono a vincere il Torneo di Viareggio, giocando e vincendo anche contro ragazzi di uno o due anni più grandi. Lo stesso anno, mentre la Juniores vince anche il Torneo di Sanremo, la Prima Squadra lotta per non retrocedere: “Il 1968 coincide con il mio esordio in Serie A. L’allenatore Angeleri era stato sostituito con Silvano Moro, l’allenatore della juniores vincitrice a Viareggio, che decise di fare giocare nella Prima Squadra alcuni ragazzi promettenti, tra i quali c’ero anche io. Giocai mezz’ora contro la Samp, in una partita terminata 0-0. Finito il campionato, in cui l’Atalanta scese in serie B, vengo mandato in prestito alla Cremonese, sempre agli ordini di Silvano Moro. L’anno dopo sono stato richiamato per far parte di una nuova squadra, composta da molti giovani e qualche giocatore d’esperienza. Dopo 4/5 partite, ho cominciato a giocare anche io. Contro il Modena segnai 3 gol, in una vittoria 4-3, e da lì sono diventato inamovibile, tanto da essere nominato miglior giovane della Serie B. Tornammo anche in A dopo gli spareggi con Bari e Catanzaro. Nonostante il salto di categoria, rimasi titolare e segnai anche 8 gol”. Inevitabile che un giovane così talentuoso venga notato da squadre di alto livello. Infatti, nel 1972 Adelio Moro passa all’Inter. L’Inter di Corso, Mazzola, Facchetti, Burgnich, Herrera e Luisito Suarez: “Per imporsi in certe squadre serve personalità. Arrivare in una squadra con dei veri campioni è certamente difficile, ma Herrera aveva un occhio di riguardo per me, mi faceva giocatore titolare al fianco di Mazzola, oppure mi faceva entrare nel secondo tempo per spaccare la partita. Spesso facevo anche gol. Ma aldilà di questo, l’esperienza con grandi giocatori porta con sé un grande insegnamento. Bisogna assorbire tutto e imparare dai grandi, non bisogna mai pensare di essere arrivato finché non sei davvero bravo”.

Dopo i tre anni all’Inter e una breve esperienza a Verona, Moro approda a quella che sarà la squadra simbolo della sua carriera, l’Ascoli: “Quando arrivai, l’Ascoli era ancora in B, ma aveva imbastito una squadra per salire subito in Serie A. Il primo anno il progetto non riuscì, ma il secondo fummo protagonisti di una stagione da record; tantissimi gol fatti, tantissime vittorie e primo posto in Serie B. Anche in Serie A facemmo la nostra figura, arrivando quarti, a un passo dalle Coppe Europee. Io ero il capitano, e l’allenatore era Mimmo Renna, che ebbe l’intuizione di cambiarmi ruolo da mezz’ala a regista arretrato, e fu una fortuna per me, perché ho dato il mio meglio proprio in quel ruolo. All’Ascoli fui allenato anche da Carletto Mazzone, grande allenatore, grande uomo, riusciva a tirar fuori il meglio da ogni calciatore”.

Moro detiene un particolare record in Serie A: il 100% di rigori segnati,10 su 10, anche se, ci tiene lui stesso a precisarlo, il conteggio sale a 29 su 30 tentativi, contando anche i 19 su 20 segnati in Serie B: “Il segreto è lavorare sempre, il mio maestro è stato Beppe Savoldi. All’Atalanta, finito l’allenamento della prima squadra, i titolari cominciavano a calciare i rigori per più di un’ora. In porta c’era Zaccaria Cometti. Io stavo dietro la porta a guardare come facevano. Non è facile come sembra”.

Lavorare sempre è una costante che caratterizza Adelio Moro, molte volte durante la nostra conversazione si è soffermato sull’importanza dell’impegno, nel tentativo di continuare a migliorarsi e di non credersi mai “troppo bravo” per imparare.

La carriera da giocatore termina a 35 anni e inizia quella da allenatore: “La prima squadra che allenai fu l’Ospitaletto, con il quale avevo chiuso la mia carriera, poi passai alla Primavera dell’Atalanta e infine Lodigiani in C2. Il salto per me fu quando il presidente del Brescia Corioni mi chiamò per fare il secondo di Mircea Lucescu. Purtroppo, Lucescu fu esonerato a metà stagione, sostituito da Maifredi, esonerato anche lui. Per le ultime sette partite, data la nostra ormai matematica retrocessione, si pensò di far giocare dei ragazzi giovani, ed è proprio in una di queste partite che feci esordire Andrea Pirlo, che già allora aveva molto talento”.

Dopo questa esperienza Moro abbandona il mondo del calcio, finché nel 1999 non viene contattato da Giacinto Facchetti, che gli propone un ruolo di osservatore per l’Inter. Saranno relazioni su grandi giocatori dei meneghini, tra cui Maicon, Adriano, Cambiasso ma anche i più recenti Lautaro Martinez, Skriniar e Barella. “Nel 2020 ho messo la parola ‘fine’ al mio lavoro nel calcio, penso di aver dato e ricevuto tanto. Ora scrivo per ‘Tuttosport’ una relazione, una volta al mese, su un talento del mondo del calcio”.

Infine, un’opinione sulla nuova Romanese: “E’ una bella iniziativa, da lodare, per il paese e per il suo passato. Auguro di poter eccellere grazie a un team molto competente di cui fidarsi e che va ringraziato. Le risorse ci sono ed è giusto che la Romanese sia in mano ai romanesi. Il mio augurio è che ritorni a essere la squadra di un tempo”.

Martino Probo